Pubblicato da: runen | giugno 15, 2007

La città della tremenda notte di Rudyard Kipling

Rudyard Kipling

La città della tremenda notte

Queste storie raccolte in ogni luogo e da ogni sorta di persone – dal santone, dall’intagliatore, dal falegname, da sconosciuti su piroscafi e treni, da donne che cicalano al crepuscolo, da ufficiali morti e sepolti – annunciano la nascita di uno scrittore, il primo a rivelare un intero subcontinente e a dare voce alla sua stessa gente: gli angloindiani.

Una voce così nuova, così fresca, così cinica, così piena di misteri, d’infinità, di fioriture, che farà gridare al miracolo lettori comuni e sofisticati, critici e scrittori famosi.

Audace, elettrico, veloce, capace di tutto, Kipling si permette ad esempio di irrompere nel terreno minato degli amori illeciti – quali sono vissuti in una comunità isolata, e visti da una prospettiva femminile -, facendone la sua specialità.

E questo a vent’anni, i vent’anni di chi ha l’aria di sapere tutto, e osa tutto, e in tutto riesce. Costretto da misure e da scadenze proibitive per chiunque – quelle dettate dalle esigenze di un quotidiano -, Kipling sa trarne stimolo per esiti innovativi, quanto a brevità e tensione, originalità di taglio e impostazione, che influenzeranno una miriade di scrittori, da Maugham a Hemingway, da Babel’ a Borges.

Ma in fondo, come gli ricorda il vecchio santone Gobind in apertura della raccolta, il suo è il lavoro del cantastorie di bazar. La terra è piena di racconti per chi sa ascoltare e non scaccia i poveri dalla sua porta, quei poveri che sono i migliori narratori, «perché ogni notte devono posare l’orecchio al suolo». E mai come in queste prime, splendide prove narrative Kipling ha saputo ascoltare la terra e i suoi portavoce.

«Amico mio, ho visto molte cose strane nel corso dei miei vagabondaggi. Ho visto i diavoli scatenarsi attraverso il Rechna come fanno gli stalloni a primavera. Ho sentito i djinn lanciarsi richiami da buche nella sabbia e li ho visti sfilarmi davanti al viso. Non ci sono i diavoli, dicono i Sahib. Saranno anche saggi ma non sanno tutto sui diavoli o… sui cavalli. Oh, oh! A te che ridi delle mie sventure io dico che ho visto i diavoli a mezzogiorno sgolarsi e saltellare sulle secche del Chenab. Se avevo paura? Fratello mio, quando il desiderio è concentrato su un’unica cosa, un uomo non teme né Dio né l’Uomo né il Diavolo. Se non potessi compiere la mia vendetta, sfascerei le porte del paradiso con il calcio del fucile o mi aprirei un varco nell’inferno col pugnale per reclamare a Chi vi governa il corpo di Daoud Shah. Quale amore è profondo come l’odio?».

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